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Pergine Valsugana (Tn)
in Loc. Cirè - Via degli Artigiani, 16

 
 
I vitigni antichi del Trentino: dal silenzio delle collezioni all'allegria della tavola

Il Trentino viticolo rappresenta una cerniera culturale tra le viticolture dell'Europa continentale e quella mediterranea. Le prime attestazioni della produzione e consumo rituale di vino in Trentino risalgono al VI-V sec. a.C. da parte delle popolazioni reto etrusche dell'Anaunia (l'attuale Valle di Non), che integrano successivamente le loro conoscenze con gli apporti varietali e commerciali dei Greci focesi di Adria e Spina, attraverso la Valsugana ed in parte la Valle dell'Adige, rapporti che si manterranno saldi anche durante il periodo della presenza veneziana in Trentino. Un ruolo significativo nei processi successivi di selezione e di identificazione delle varietà locali è assunto dalle popolazioni delle numerose valli, che presentavano una viticoltura a carattere famigliare a quote anche abbastanza elevate.

Le diverse matrici culturali identificano così molti vitigni con nomi vernacolari, spesso appartenenti a poche famiglie varietali, in base a caratteri specifici della morfologia e della produzione, che evidenziano la consistenza delle bacche, la forma del grappolo, l'aroma dell'uva o il luogo primigenio dell'origine. Questo perché la selezione varietale era fortemente integrata con il sistema agrario tradizionale allora molto segmentato in località spesso isolate tra loro. Certamente la variabilità genetica era allora molto più elevata, scelta obbligata delle comunità rurali per poter affrontare con strumenti inadeguati il rischio connesso alla imprevedibilità delle condizioni ambientali, proprie del mestiere
del contadino. Dove si vive al limite della sussistenza non c'è posto per la sperimentazione, soprattutto genetica: un rischio che non vada a buon fine può avere conseguenze catastrofiche. Le grandi variazioni nelle piattaforme ampelografiche non sono quindi solo il risultato dell'integrarsi di comportamenti economici con quelli culturali, come
avviene ai nostri giorni, ma il risultato di eventi indipendenti dalla volontà dei viticoltori di allora, come i grandi cambiamenti climatici della .piccola glaciazione. (XIV-XVII sec.), le conseguenze delle guerre e dei trattati commerciali che spesso hanno causato con forti correnti di emigrazione lo spopolamento di intere valli o l.arrivo delle malattie cosiddette
americane della vite alla fine del XIX sec. Dei circa 56 vitigni censiti nel 1883 dall'Istituto Agrario di S. Michele ne rimangono una ventina e di questi solo cinque o sei sono ancora coltivati.

Dagli anni '60 sull'onda dei movimenti ecologisti internazionali, nell'opinione pubblica si evidenzia sempre più una rinnovata presa di coscienza sull' importanza della conservazione della biodiversità e della necessità di contrastare l'erosione genetica in tutti gli organismi viventi naturali e coltivati. Il passaggio dalla conservazione museale dei vitigni
antichi nelle collezioni ad un loro reinserimento nella viticoltura produttiva è avvenuto però per effetto della banalizzazione che sempre più investe la produzione di vino nel mondo provocata dalla diffusione di pochi vitigni e dalla standardizzazione delle pratiche enologiche. La riscoperta dei vitigni antichi è la risposta più efficace che alcuni viticoltori
trentini danno a questo processo inarrestabile di omologazione non solo nell' agroalimentare, ma questi vini "riscoperti" devono rimanere dei prodotti d'élite, per pochi amatori delle cose semplici.


ATTILIO SCIENZA
Università degli Studi di Milano

 


 





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